Datagate: come si è arrivati allo scandalo, conseguenze e buoni propositi

Il recente scandalo che ha coinvolto Facebook e una presunta vendita di dati di utenti alla società Cambridge Analytica è costata il crollo in borsa e la perdita di alcune importanti società clienti a Zuckerberg. Dopo un primo momento di silenzio, l’amministratore delegato ha dato le sue spiegazioni sobbarcandosi le colpe della vicenda, ma in qualche modo anche giustificandosi spiegando di essere lui stesso stato imbrogliato da quella società. Detto questo, il guru dei social si è detto pieno di buoni propositi, ma per alcune società questo non basta.

Le origini della vicenda: come Fb si giustifica

Nel 2007 Facebook ha iniziato ad acconsentire alle persone di accedere ad altre app utilizzando le credenziali del social. Alcune app tuttavia per permetterlo richiedono l’approvazione da parte dell’utente di condividere con l’app alcune informazioni, di solito qualche dato anagrafico e i loro amici.

Nel 2013 Aleksandr Kogan sviluppa un’applicazione per la delineazione delle personalità, installata da 300mila persone, che permetteva di accedere a dati della stessa e ad alcuni dati dei propri amici. In pratica Kogan aveva decine di milioni di dati che i diretti interessati non avevano acconsentito di dare. Nel 2014, per prevenire questo problema, la piattaforma è stata cambiata in modo che applicazioni di questo tipo potessero accedere ai dati degli amici se, e solo se, anche questi avevano approvato l’app.

Nel 2015 Facebook viene a sapere che Kogan aveva condiviso quei dati con la società della Cambridge Analytica, il che andrebbe contro i principi di Facebook. Il social quindi richiede che Kogan e la società inglese cancellino i dati avuti impropriamente, certificando questa rimozione. Le certificazioni sarebbero state fornite e la questione quindi era considerata chiusa. Fatto sta che oggi è scoppiato di nuovo lo scandalo e si scopre quindi (anche con sorpresa di Facebook) che la CA non solo non ha cancellato le informazioni, ma se ne è servita, forse per influire sulle elezioni presidenziali americane.

Le conseguenze della vicenda

Le conseguenze dello scandalo sono state pesanti sul social, che in pochi giorni ha segnato uno dei momenti più neri del suo mercato azionario. Si parla di circa 58 milioni di dollari andati in fumo. Alcune delle più importanti società che utilizzavano il network hanno deciso, o minacciano di farlo, di abbandonare Facebook perché poco sicuro. Dulcis in fundo la Federal Trade Commission, l’agenzia federale dei consumatori ha aperto un’indagine a carico del social. Il rischio è che si avviino i procedimenti per migliaia di risarcimenti.

Alla notizia delle nuove indagini l’ennesimo crollo in borsa di ieri, si arriva quindi a 158 milioni persi. La situazione è critica e anche se in molti ancora non comprendono bene che cosa abbia determinato di fatto il furto di dati, l’allarme comune è più relativo al pericolo di fornire i propri dati personali su internet.

Ovviamente non bisogna, tuttavia, fare di tutta l’erba un fascio: ci sono siti affidabili in cui le persone mettono anche i dati delle proprie carte di credito e che danno massima tutela al consumatore. Un esempio classico sono i siti dove si può giocare con slot far west, alla roulette, al poker e altri giochi di questo genere. Quelli certificati dall’AAMS, su cui vigila l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, sono infatti sicuri al 100% grazie a diversi livelli di sicurezza e a un monitoraggio continuo.